Informazione e Opinione
FESTA NAZIONALE 17 marzo 2011 La decisione è stata formalmente presa. Il 17 marzo 2011, ma solo per quest'anno, si festeggeranno i 150 anni dall'unità d'Italia. Un territorio composto da una miriade di "statarelli" fu messo insieme grazie al sacrificio di chi ha dato la vita per formare un solo Paese. Di colpo furono mischiati i dialetti, i costumi, le culture di tante popolazioni, ognuna con le proprie tribolazioni. Le univa anche la religione cattolica, che rappresentò sempre un punto fermo nella vita di ogni ceto sociale; anche molti anni dopo, quando Don Luigi Sturzo chiese ai cattolici di impegnarsi in politica, fondando un partito - la Democrazia Cristiana - destinato a guidare la Nazione per decine di anni. Nonostante ciò, da più parti, si è sempre evidenziato come la nostra democrazia fosse ancora molto giovane per dormire sonni tranquilli. Infatti, pur tornando a quello straordinario 1861, non dobbiamo scordarci che gli italiani conquistarono la vera libertà di espressione solo molti anni più tardi, e cioè quando compirono un'altra coraggiosa, quanto discussa scelta, votando per la repubblica al posto della monarchia. Correva l'anno 1946. Il 2 giugno di quell'anno si svolse il Referendum che poneva gli italiani di fronte ad una fondamentale scelta: cambiare completamente rotta o allinearsi in qualche modo con la gestione del potere precedente, naturalmente non più in chiave fascista. Quando le urne vennero aperte iniziò subito un delicatissimo "ping pong" tra sostenitori di una e dell'altra parte, conclusosi con la conferma della vittoria della Repubblica in data 18 giugno 1946. A onor del vero molti riconobbero all'allora Re Umberto II la volontà di evitare il possibile rischio di una guerra civile con la decisione di recarsi spontaneamente fuori dal territorio italiano, e più precisamente in Portogallo, non prima però di aver diramato il suo ultimo proclama. Per alcuni si sarebbe trattato solo di un temporaneo esilio, in modo da fare calmare il più possibile la pericolosa situazione di stallo che s'andava sempre più profilando a livello istituzionale, ma in realtà Umberto II non rientrò mai più in Italia, e la stessa sorte - per lunghissimi anni - toccò anche ai suoi eredi. Sembra di parlare di secoli e secoli fa, invece solo 65 anni ci separano da quegli eventi. In un'epoca, quella moderna, in cui le giovani generazioni evidentemente non possono avere una memoria diretta di quei fatti, sembrerebbe tornare viva in maniera subdola una certa volontà di secessionismo. Come a cercare di cancellare con un bel colpo di spugna 150 anni di storia turbolenta d'Italia. I valori ideali che hanno mosso gli illuminati "rivoluzionari" dell'epoca sono stati miseramente accantonati in favore della corsa al potere, al denaro, all'apparire piuttosto che all'essere. Il risultato più preoccupante di tutto ciò è il menefreghismo, di mussoliniana memoria, col quale la gente risponde di fronte alle scelte, ai tragitti, alle decisioni che vengono proposti dalla politica. Le speranze, come al solito, solo riposte nei giovani, nei loro movimenti, che grazie soprattutto alle nuove tecnologie - ed internet in particolare - possono risultare decisive per riportare tutti sulla retta via. “I valori ideali che hanno mosso gli illuminati "rivoluzionari" dell'epoca sono stati miseramente accantonati in favore della corsa al potere” Italiani! Nell'assumere la Luogotenenza Generale del Regno prima e la Corona poi, io dichiarai che mi sarei inchinato al voto del popolo, liberamente espresso, sulla forma istituzionale dello Stato. E uguale affermazione ho fatto subito dopo il 2 giugno, sicuro che tutti avrebbero atteso le decisioni della Corte Suprema di Cassazione, alla quale la legge ha affidato il controllo e la proclamazione dei risultati definitivi del referendum. Di fronte alla comunicazione di dati provvisori e parziali fatta dalla Corte Suprema; di fronte alla sua riserva di pronunciare entro il 18 giugno il giudizio sui reclami e di far conoscere il numero dei votanti e dei voti nulli; di fronte alla questione sollevata e non risolta sul modo di calcolare la maggioranza, io, ancora ieri, ho ripetuto che era mio diritto e dovere di Re attendere che la Corte di Cassazione facesse conoscere se la forma istituzionale repubblicana avesse raggiunto la maggioranza voluta. Improvvisamente questa notte, in spregio alle leggi ed al potere indipendente e sovrano della Magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo, con atto unilaterale ed arbitrario, poteri che non gli spettano e mi ha posto nell'alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza. Italiani! Mentre il Paese, da poco uscito da una tragica guerra, vede le sue frontiere minacciate e la sua stessa unità in pericolo, io credo mio dovere fare quanto sta ancora in me perché altro dolore e altre lacrime siano risparmiate al popolo che ha già tanto sofferto. Confido che la Magistratura, le cui tradizioni di indipendenza e di libertà sono una delle glorie d'Italia, potrà dire la sua libera parola; ma, non volendo opporre la forza al sopruso, né rendermi complice dell'illegalità che il Governo ha commesso, lascio il suolo del mio Paese, nella speranza di scongiurare agli Italiani nuovi lutti e nuovi dolori. Compiendo questo sacrificio nel supremo interesse della Patria, sento il dovere, come Italiano e come Re, di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta; protesta nel nome della Corona e di tutto il popolo, entro e fuori i confini, che aveva il diritto di vedere il suo destino deciso nel rispetto della legge e in modo che venisse dissipato ogni dubbio e ogni sospetto. A tutti coloro che ancora conservano fedeltà alla Monarchia, a tutti coloro il cui animo si ribella all'ingiustizia, io ricordo il mio esempio, e rivolgo l'esortazione a voler evitare l'acuirsi di dissensi che minaccerebbero l'unità del Paese, frutto della fede e del sacrificio dei nostri padri, e potrebbero rendere più gravi le condizioni del trattato di pace. Con animo colmo di dolore, ma con la serena coscienza di aver compiuto ogni sforzo per adempiere ai miei doveri, io lascio la mia terra. Si considerino sciolti dal giuramento di fedeltà al Re, non da quello verso la Patria, coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove. Rivolgo il mio pensiero a quanti sono caduti nel nome d'Italia e il mio saluto a tutti gli Italiani. Qualunque sorte attenda il nostro Paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli. Viva l'Italia! Umberto Roma, 13 giugno 1946 IL PROCLAMA DI UMBERTO II
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