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Federalismo fiscale in Italia Aspetti peculiari e criticità Il Il Federalismo fiscale, nell’ambito di un processo più ampio qual è il decentramento funzionale e Finanziario, è tema predominante nei dibattiti politici del nostro Paese da svariati anni. Le ragioni che ne stanno alla base sono presto spiegate. Tra le ragioni politiche a favore del decentramento vi sono quelle per cui il decentramento accentua la partecipazione dei cittadini alle scelte pubbliche rafforzando la democrazia, e i rappresentanti politici sono più controllati nel loro operato. Da un punto di vista organizzativo soluzioni accentrate portano ad un maggior disordine nella divisione del lavoro. Inoltre, il decentramento favorisce una maggiore sperimentazione ed innovazione nella fornitura di servizi pubblici, incentivata da opportuni trasferimenti dal livello superiore di governo e soprattutto dalla competizione e dall’imitazione tra i governi. Tra le ragioni economiche, il decentramento dovrebbe produrre un aumento dell’efficienza nello svolgere determinate funzioni da parte degli enti decentrati, in particolare inerenti alla produzione di beni pubblici di interesse locale. La domanda di decentramento finanziario è spinta dal cattivo funzionamento del centro che cerca di imporre standard comuni nella fornitura di servizi sul territorio e che aspira a governare i flussi finanziari, ma non vi riesce e, di fatto, produce disavanzi ed inefficienze.
PREMESSA  L’esigenza di decentralizzazione nasce dalla differenziazione geografica delle preferenze circa le modalità di prelievo delle risorse e gli interventi di spesa. Si cerca allora con il decentramento di ampliare l’autonomia decisionale degli enti locali e di responsabilizzarli sul lato del finanziamento. Un principio fondamentale di attuazione del federalismo fiscale è, dunque, quello secondo cui una vera e propria autonomia fiscale degli enti locali si giustifica soltanto nel caso in cui sussista una vera e propria autonomia di spesa, con l’attribuzione a detti enti di numerose e qualificanti funzioni, ed una perfetta coerenza tra benefici offerti dagli enti più prossimi ai cittadini rispetto ai contributi fiscali destinati agli enti stessi. Solo cosi si può rispettare uno dei fondamenti teorici del federalismo fiscale, il “Principio del Beneficio”. Affinché una riforma in senso federalista sia il più possibile equa e solidale, le imposte corrisposte agli enti locali più o meno prossimi al cittadino devono essere giustificate linearmente dal beneficio connesso all’attività degli stessi enti locali a favore dei contribuenti. In tal senso, ad esempio, l’ICI rappresenta il principio del beneficio, mentre di contro, l’IRAP mal si presta a costituire il fondamento del beneficio, soprattutto perché le imprese sono i soggetti più mobili del sistema economico e la distribuzione del gettito tra regioni non avviene secondo il valore aggiunto prodotto, ma secondo il costo del lavoro impiegato territorialmente.  
Perchè? I punti cardine
PER UN EFFICACE SISTEMA DI FEDERALISMO FISCALE  CHI FA CHE COSA: Appare prioritario ricorrere alla necessaria ridefinizione delle funzioni riconosciute ai vari livelli di governo rispetto alla quantificazione degli strumenti finanziari che sono necessari per coprirne i costi. NO TAXATION WITHOUT REPRESENTATION: E’ necessario passare dai trasferimenti ad un sistema fondato sull’autonomia di Budget a disposizione di ciascun ente. Solo unificando il potere di imposizione tributaria con l’assunzione di decisioni politiche responsabili, gli enti locali potranno sviluppare il proprio programma. Collegare il potere di imposizione tributario con quello di rappresentanza e di spesa consente di realizzare una fortissima saldatura della rappresentanza politica con la responsabilità politica rendendo più diretta la correlazione tra tassazione e beneficio: tra prelievo effettuato ai cittadini e servizio. PEREQUAZIONE: Per rispondere concretamente a criteri ed esigenze di equità, efficienza e sostenibilità finanziaria è indispensabile immaginare di risolvere l’attuale situazione di continua conflittualità interistituzionale. In tal senso, per ragionare sul modello di perequazione, si rende necessaria la determinazione, più che dei fabbisogni, dei livelli essenziali, un importante strumento su cui far leva per realizzare fini di eguaglianza sostanziale assicurando il corretto esercizio dei diritti (fruizione delle prestazioni).
LA PROPOSTA “CALDEROLI”  Secondo il Governo, il passaggio al nuovo sistema proposto da Calderoli non produrrà aggravi di carattere fiscale per i cittadini, anche se in realtà non sono ancora state prodotte cifre in merito ai reali costi che la riforma comporterà e i suoi riflessi sul pesante debito pubblico in Italia. Con il Federalismo fiscale si abbandonerà il meccanismo della spesa storica e si passerà gradualmente all’autonomia impositiva degli enti locali ed al criterio dei “costi standard”. Si tratta dei costi corrispondenti ad una “media buona amministrazione”, che sostituiranno i costi storici,in modo tale da garantire, almeno in teoria, maggiore efficienza e minori sprechi. Le Regioni finanzieranno le spese connesse ai livelli essenziali delle prestazioni (sanità, istruzione, assistenza e trasporto pubblico locale) di: - tributi propri; - aliquota o addizionale IRPEF; - compartecipazione regionale all’IVA; - quote specifiche del fondo perequativo. Per le altre spese le Regioni potranno disporre di tributi propri. I Comuni, per le funzioni fondamentali potranno disporre di: - compartecipazione e addizionale IRPEF; - tributi di scopo (legati, ad esempio, al turismo o al trasporto pubblico locale). Le Province potranno disporre di: - tributi propri e tributi di scopo; - compartecipazione all’IRPEF. Per le città metropolitane e Roma Capitale l’autonomia impositiva sarà legata alla complessità delle più ampie funzioni. contratti per l’acquisto della prima casa. MECCANISMO DELLA PEREQUAZIONE  Si istituiscono due fondi perequativi, in modo tale da permettere la redistribuzione delle risorse tra enti con maggiore capacità fiscale verso enti con minori capacità fiscali. Il fondo per i livelli essenziali di prestazioni sarà alimentato dalla compartecipazione IVA, mentre per le altre spesa sarà alimentato dall’addizionale regionale IRPEF.  
DDL sul Federalismo fiscale Chi perde e chi vince? Il dilemma
I COSTI STANDARD  Si è detto che, al posto dell’applicazione della spesa storica ed al ricorso di criteri predeterminati per la distribuzione del fondo perequativo tra le regioni stesse, si prevede il ricorso a due distinti meccanismi a seconda che si tratti o meno di competenze regionali connesse a materie per le quali la legge statale stabilisce livelli essenziali delle prestazioni. Qualora si tratti, dunque, di materie come la sanità, l’assistenza e l’istruzione, le spese sono determinate secondo il metodo dei costi standard associati ai livelli essenziali “da erogarsi in condizioni di efficienza e di appropriatezza su tutto il territorio nazionale”. Per tali spese il finanziamento avviene con il gettito dei tributi regionali, con le compartecipazioni regionali IRPEF e IVA e con quote del fondo perequativo, in modo tale da assicurare il finanziamento integrale di tali spese. Per tutte le altre spese il finanziamento si ottiene mediante il gettito dei tributi propri regionali e con le quote del fondo perequativo. Il problema principale consiste nella definizione dell’ammontare dei COSTI STANDARD. Il governo ha assicurato che il federalismo fiscale potrebbe portare, secondo le prime stime, a oltre 4,5 mld di risparmi. Ma solo nel caso in cui si adotti il modello sanitario lombardo-veneto per definire i costi standard per tutte le regioni. Calderoli, invece, ha rilanciato proponendo il modello appenninico per la sanità, basato sulle performance dei servizi sanitari di Toscana ed Emilia Romagna. L’ultima ipotesi è quella di adottare un mix delle due precedenti.
DA EVIDENZIARE  L’autonomia di spesa degli enti locali ed il federalismo comportano una diversità nei servizi offerti nelle varie regioni. In numerose ipotesi tale diversità mal si concilia con le esigenze di equità e di solidarietà tra i cittadini appartenenti alle differenti aree geografiche del Paese. Nei limiti in cui la spesa degli enti locali sia sostanzialmente vincolata, perché il nostro ordinamento ritiene che tutti debbano godere di un livello di servizi pubblici, e poiché il divario di spesa e contributivo tra nord e sud è sostanzialmente rilevante, è essenziale ragionare sulla redistribuzione fra le diverse aree del Paese e i trasferimenti alle realtà più disagiate. In merito all’apporto delle Regioni a statuto Speciale, la “proposta Calderoli” prevede che le stesse (e le province autonome di Trento e Bolzano) partecipino, nei limiti consentiti dai rispettivi statuti, al sistema di perequazione e di solidarietà, ed all’esercizio dei diritti e doveri da essi derivanti. Sul rapporto di diversità, tra le regioni del nord più virtuose e quelle del sud, da una parte, e sulla differenza tra regioni a statuto ordinario (RSO) e regioni a statuto speciale (RSS) dall’altra, si giocherà gran parte della partita sulla riforma federalista.  
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