Informazione
e Opinione
SAVIANO E GOMORRA
In uno sfogo personale
il dramma vissuto dall’autore
del best-seller
Chi ha letto il romanzo-inchiesta da cui è stato tratto il film
“Gomorra”, si è fatto tristemente un’idea del clima di omertà
– ma anche di sofferenza – che si respira in certe zone del
sud Italia. Ma questo clima, i diretti interessati, lo vivono per
lo più nell’anonimato della propria vita quotidiana: di chi si
alza al mattino presto per andare a lavorare, fa la sua
pausa pranzo, rientra tardi la sera a casa,
trascorre qualche ora davanti alla tv, passa intere
giornate con la famiglia negli ipermercati per
rifornirsi di quanto
necessario. Ma nulla di
più.
Potremmo dire molto similmente a ciò che si fa in qualsiasi altra parte del nostro Paese. In realtà sappiamo,
anche per ciò che ha narrato “Gomorra”, che proprio così non è. Per lo meno, chi si fa i fatti suoi, comunque,
non rischia più di tanto.
La cosa si è fatta invece molto più complessa – e pericolosa – per l’autore del libro. Roberto Saviano oggi, alla
stregua del più temibile bandito, è braccato. Ma non dalle forze dell’ordine, piuttosto da coloro che si sono sentiti
offesi, e traditi, da quanto ha osato scrivere, e raccontare, al pubblico.
Un giovane, lo sfortunato scrittore, psicologicamente distrutto, che si pone domande, e forse tenta di darsi
anche le risposte, ma che indubbiamente vive male la sua attuale vita.
Ecco ciò che pensa, raccolto all’interno di un suo sfogo sollecitato da alcuni giornalisti di importanti testate nazionali:
“Andrò via dall'Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà... Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla
tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido - oltre che
indecente - rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come
vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo,
come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio
innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare,
prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e
poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato
terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho
soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la
mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani
nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l'odore e il sudore e non vivere, come
sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri - oggi qui,
domani lontano duecento chilometri - spostato come un pacco senza sapere che cosa
è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi
impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A
volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto
una a una, silenziosamente, tra me.
Questa bolla di solitudine inespugnabile che mi stringe fa di me un uomo peggiore.
Nessuno ci pensa e nemmeno io fino all'anno scorso ci ho mai pensato. In privato sono
diventato una persona non bella: sospettoso, guardingo. Sì, diffidente al di là di ogni
ragionevolezza. Mi capita di pensare che ognuno voglia rubarmi qualcosa, in ogni caso
raggirarmi, "usarmi". E' come se la mia umanità si fosse impoverita, si stesse
immeschinendo. Come se prevalesse con costanza un lato oscuro di me stesso. Non è piacevole accorgersene e soprattutto io non sono
così, non voglio essere così. Fino a un anno fa potevo ancora chiudere gli occhi, fingere di non sapere. Avevo la legittima ambizione, credo,
di aver scritto qualcosa che mi sembrava stesse cambiando le cose. Quella mutazione lenta, quell'attenzione che mai era stata riservata
alle tragedie di quella terra, quell'energia sociale che - come un'esplosione, come un sisma - ha imposto all'agenda dei media di occuparsi
della mafia dei Casalesi, mi obbligava ad avere coraggio, a espormi, a stare in prima fila. E' la mia forma di resistenza, pensavo. Ogni cosa
passava in secondo piano, diventava di serie “B” per me. Incontravo i grandi della letteratura e della politica, dicevo quello che dovevo e
potevo dire. Non mi guardavo mai indietro. Non mi accorgevo di quel che ogni giorno andavo perdendo di me. Oggi, se mi guardo alle
spalle, vedo macerie e un tempo irrimediabilmente perduto che non posso più afferrare ma ricostruire soltanto se non vivrò più, come faccio
ora, come un latitante in fuga. In cattività, guardato a vista dai carabinieri, rinchiuso in una cella, che deve vivere come Sandokan,
Francesco Schiavone, il boss dei Casalesi. Lui se lo è meritato per la violenza, i veleni e la morte con cui ha innaffiato la Campania, ma
qual è il mio delitto? Perché io devo vivere come un recluso, un lebbroso, nascosto alla vita,
al mondo, agli uomini? Qual è la mia malattia, la mia infezione? Qual è la mia colpa? Ho
voluto soltanto raccontare una storia, la storia della mia gente, della mia terra, le storie della
sua umiliazione. Ero soddisfatto per averlo fatto e pensavo di aver meritato quella piccola
felicità che ti regala la virtù sociale di essere approvato dai tuoi simili, dalla tua gente. Sono
stato un ingenuo. Nemmeno una casa, vogliono affittarmi a Napoli. Appena sanno chi sarà il
nuovo inquilino si presentano con la faccia insincera e un sorriso di traverso che assomiglia
al disprezzo più che alla paura: sono dispiaciuti assai, ma non possono.... I miei amici, i miei
amici veri, quando li ho finalmente rivisti dopo tante fughe e troppe assenze, che non potevo
spiegare, mi hanno detto: ora basta, non ne possiamo più di difendere te e il tuo maledetto
libro, non possiamo essere in guerra con il mondo per colpa tua? Colpa, quale colpa? E' una
colpa aver voluto raccontare la loro vita, la mia vita?.
Lo sento addosso come un cattivo odore l'odio che mi circonda. Non è necessario che ascolti
le loro intercettazioni e confessioni o legga sulle mura di Casale di Principe: "Saviano è un
uomo di merda". Nessuno da quelle parti pensa che io abbia fatto soltanto il mio dovere,
quello che pensavo fosse il mio dovere. Non mi riconoscono nemmeno l'onore delle armi che
solitamente offrono ai poliziotti che li arrestano o ai giudici che li condannano. E questo mi fa
incazzare. Il discredito che mi lanciano contro è di altra natura. Non dicono: "Saviano è un
ricchione". No, dicono, si è arricchito. Quell'infame ci ha messo sulla bocca degli italiani, nel
fuoco del governo e addirittura dell'esercito, ci ha messo davanti a queste fottute telecamere
per soldi. Vuole soltanto diventare ricco: ecco perché quell'infame ha scritto il libro. E
quest'argomento mette insieme la parte sana e quella malata di Casale. Mi mette contro
anche i miei amici che mi dicono: bella vita la tua, hai fatto i soldi e noi invece tiriamo avanti con cinquecento euro al mese e poi dovremmo
difenderti da chi ti odia e ti vuole morto? E perché, diccene la ragione? Prima ero ferito da questa follia, ora non più. Non mi sorprende più
nulla. Mi sembra di aver capito che scaricando su di me tutti i veleni distruttivi, l'intera comunità può liberarsi della malattia che l'affligge, può
continuare a pensare che quel male non ci sia o sia trascurabile; che tutto sommato sia sopportabile a confronto delle disgrazie provocate
dal mio lavoro. Diventare il capro espiatorio dell'inciviltà e dell'impotenza dei Casalesi e di molti italiani del Mezzogiorno mi rende più
obiettivo, più lucido da qualche tempo. Sono solo uno scrittore, mi dico, e ho usato soltanto le parole. Loro, di questo, hanno paura: delle
parole. Non è meraviglioso? Le parole sono sufficienti a disarmarli, a sconfiggerli, a vederli in ginocchio. E allora ben vengano le parole e
che siano tante. Sia benedetto il mercato, se chiede altre parole, altri racconti, altre rappresentazioni dei Casalesi e delle mafie. Ogni nuovo
libro che si pubblica e si vende sarà per loro una sconfitta. E' il peso delle parole che ha messo in movimento le coscienze, la pubblica
opinione, l'informazione. Negli anni novanta, la strage di immigrati a Pescopagano - ne ammazzarono cinque - finì in un titolo a una colonna
nelle cronache nazionali dei giornali. Oggi, la strage dei ghanesi di Castelvolturno ha costretto il governo a un impegno paragonabile
soltanto alla risposta a Cosa Nostra dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio. Non pensavo che potessimo giungere a questo. Non
pensavo che un libro - soltanto un libro - potesse provocare questo terremoto. Subito dopo però penso che io devo rispettare, come rispetto
me stesso, questa magia delle parole. Devo assecondarla, coltivarla, meritarmela questa forza. Perché è la mia vita. Perché credo che,
soltanto scrivendo, la mia vita sia degna di essere vissuta. Ho sentito, per molto tempo, come un obbligo morale diventare un simbolo,
accettare di essere al proscenio anche al di là della mia voglia. L'ho fatto e non ne sono pentito. Ho rifiutato due anni fa, come pure mi
consigliavano, di andarmene a vivere a New York. Avrei potuto scrivere di altro, come ho intenzione di fare. Sono restato, ma per quanto
tempo dovrò portare questa croce? Forse se avessi una famiglia, se avessi dei figli - come li hanno i miei "angeli custodi", ognuno di loro
non ne ha meno di tre - avrei un altro equilibrio. Avrei un casa dove tornare, un affetto da difendere, una nostalgia. Non è così. Io ho
soltanto le parole, oggi, a cui provvedere, di cui occuparmi. E voglio farlo, devo farlo. Come devo - lo so - ricostruire la mia vita lontano dalle
ombre. Anche se non ho il coraggio di dirlo, ai carabinieri di Napoli che mi proteggono come un figlio, agli uomini che da anni si occupano
della mia sicurezza. Non ho il cuore di dirglielo. Sai, nessuno di loro ha chiesto di andar via dopo quest'ultimo allarme, e questa loro
ostinazione mi commuove. Mi hanno solo detto: "Robe', tranquillo, ché non ci faremo fottere da quelli là".
“Oggi, se mi guardo alle spalle, vedo macerie e
un tempo irrimediabilmente perduto che non
posso più afferrare ma ricostruire soltanto se
non vivrò più”
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